Artista pittrice ritrattista, sono una creativa, ritratti su commissione.

Riflessioni in quarantena 1

Riflessioni in quarantena 1

Questo è uno dei due lavori digitali che, sono diventati due NFT, li ho fatti nel periodo di quarantena in Tailandia  e rappresentano il riflesso. I miei NFT non sono solo dei lavori digitali ma sono espressioni delle mie riflessioni ed esperienze, nella visuale e nello scrivere.
La realtà esteriore è un riflesso della realtà interiore, e la quarantena è un periodo di grande introspezione per comprendere come si crea la realtà e quello che che si vuole veramente. Penso che il coranivurus abbia portato l‘umanità a un periodo di grande introspezione e quindi di cambiamento sia dei singoli individui che dell‘umanità in generale.
Di seguito la storia che riguarda il periodo in cui ho fatto questi NFT, divisa in due parti, una per ogni NFT.
Nel 2019 sono andata per la prima volta alle Hawaii e sono rimasta con la voglia di tornarci. Esattamente due anni dopo sono tornata alle Hawaii in una situazione totalmente differente, nel bel mezzo di una pandemia mondiale.
A volte sembra che non cambi nulla, e invece tutto cambia, e anche velocemente.
Avevo già provato a ritornare alle Hawaii nella primavera del 2020, avevo prenotato tutto, casa, voli, auto, 2 eventi col Crimson Circle, ma all’ultimo momento è scoppiata la pandemia e ho dovuto cancellare e rimandare tutto al 2021. E a maggio 2021 c’era ancora la pandemia, ma un po’ rallentata rispetto alle misure drastiche che c’erano all’inizio del 2020, in cui non si poteva neanche uscire di casa se non per andare al supermercato.
I viaggi verso gli Stati Uniti tuttavia a maggio 2021 erano e sono ancora bloccati, e non volendo doverci rinunciare anche questa volta, ho fatto tantissime ricerche cercando tutte le possibili soluzioni. Difatti non si poteva , e ancora non si può’ entrare negli Stati Uniti se si è stati nelle due settimane precedenti in un paese di quella che chiamano area Shengen, che comprende la Cina e i paesi dell’Unione Europea, Italia in prima fila.
Ne periodo prima di partire non facevo altro che fare ricerche su voli e sui paesi e posti dove andare, con un grande punto interrogativo se davvero sarei riuscita a partire e soprattutto ad arrivare, ma volevo provarci lo stesso. In qualche parte dentro di me sapevo che ci sarei riuscita.
Al principio pensavo di andare in Messico oppure nei Caraibi per un paio di settimane, e poi da lì poter entrare negli Stati Uniti.
Poi ho scoperto che l’Italia permetteva di andare all’estero solo in 5 paesi fuori dall’Europa: Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Corea e Tailandia. Di questi 5 solo la Tailandia permetteva agli italiani di entrare.
La Tailandia mi metteva un po’ soggezione,  più che altro per la lingua, sarebbe stato molto più facile andare in Messico, o nei Caraibi, conoscendo lo spagnolo.
E quindi ho aspettato sperando che le cose sarebbero cambiate in meglio e avere più opzioni dei paesi dove poter andare, se non addirittura poter andare direttamente negli Stati Uniti, cosa che  non successe, e mi sono trovata a organizzare il tutto nella settimana prima di partire.
Cercando su internet trovai in Tailandia un bel bungalow in una spiaggia deserta in una piccola isola paradisiaca, sentendo rinascere in me il mio aspetto selvaggio la passione per l‘avventura. Poi scoprii che dei 14 giorni in Tailandia, ne dovevo passare 10 in quarantena obbligatoria in un hotel approvato dal governo tailandese.
Il viaggio sembrava porsi sempre più complicato, anche per tutti i documenti e test che dovevo fare prima e lungo il percorso. Prima complicazione sono stati i visti per la Tailandia e gli Stati Uniti.
Prima di cominciare a prenotare e spendere soldi volevo essere sicura che mi avrebbero fatto entrare in questi paesi, e anche nei paesi in cui avrei fatto scalo, ma nessuno era in grado di darmi queste certezze, e poi le difficoltà di riuscire a parlare con qualcuno sia dell‘ambasciata Tailandese che quella degli Stati Uniti. Quando finalmente ci riuscii, l’ambasciata Tailandese mi disse che dovevo fare tutti i documenti prima di richiedere il visto, e che comunque non sapevano se avrei ricevuto il visto in tempo, anche perché in quella settimana l‘ambasciata era chiusa per una festa nazionale in Tailandia, e che senza visto non mi avrebbero fatto  salire salire sull‘aereo.
Mi sono lo stesso  buttata a capofitto nell‘incognita e ho cominciato a fare tutti i documenti richiesti dall‘ambasciata Tailandese. Assicurazione sanitaria internazionale specifica per la Tailandia, biglietto aereo, conferma della prenotazione del pacchetto quarantena in un hotel approvato dal governo tailandese, prenotazione del test COVID specifico nei 3 giorni prima della partenza e poi ho fatto la richiesta del visto mandando le foto del passaporto e tutta la documentazione.
In questo periodo le compagnie aeree non ti fanno neanche imbarcare se non hai il test COVID e lungo il percorso ho fatto ben 6 test,  di cui uno in Italia, tre in Tailandia, di cui due compresi nel pacchetto quarantena, o come lo chiamano loro il business della quarantena, un‘altro prima di partire dalla Tailandia, e due negli Stati Uniti.
Quando finalmente dopo giorni di tentativi riuscii a parlare anche con l‘ambasciata degli Stati Uniti mi dissero che era quasi impossibile che mi avrebbero dato il permesso, perché  con la pandemia i visti non erano più rilasciati dall‘ambasciata ma da una particolare organizzazione di Washington che li rilasciava a distanza di tempo e solo per motivazioni particolari. Ma anche lì mi sono buttata a capofitto nell‘incognita e ho fatto lo stesso la richiesta del visto.
Tre giorni prima dell’eventuale partenza è successo il mio piccolo miracolo, mi arrivarono due email, una dall‘ambasciata Tailandese col visto approvato, proprio in uno dei giorni in cui l‘ambasciata era chiusa per festa nazionale, e l‘altra da  Washington con il visto approvato e con scritto ”Welcome to the United States”. Indescrivibile la gioia.
A Milano l‘aereoporto era vuoto, il check in durante la pandemia non si poteva più farlo facilmente online come prima ma bisognava farlo per forza in aereoporto, così arrivata al check in della Eithad airways per l‘aereo per Abu Dhabi dovrei avrei fatto scalo, c‘erano 11 persone in coda a una postazione, e a un‘altra postazione io da sola  con due persone dedicate a controllare i miei documenti. “Wow mi sento speciale con una postazione dedicata e ben due persone solo per me “ dissi, e loro sorridendo mi dissero ‘Perché il suo è un viaggio particolare”. Infine dopo un bel po‘ mi diedero la carta d‘imbarco e un documento da consegnare alla polizia aeroportuale, che una volta riuscita a rintracciare, mi diede un nuovo modulo da compilare e firmare dovendo scegliere la motivazione del viaggio tra 4 opzioni: motivazioni urgenti di salute, residente all‘estero, visita a familiari, necessità urgente. Non avendo prova di nessuna di queste motivazioni li guardai un po’ sbigottita e sudando freddo, e loro mi dissero “Metti necessità urgente”  e così feci.
Insomma tante complicazioni, ansie e nessuna certezza, ma il paradosso è che tutto è andato liscio e facile. Segue in Quarantine Reflection 2.
Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Questo è uno dei due lavori digitali che, sono diventati due NFT, li ho fatti nel periodo di quarantena in Tailandia  e rappresentano il riflesso. I miei NFT non sono solo dei lavori digitali ma sono espressioni delle mie riflessioni ed esperienze, nella visuale e nello scrivere.

La realtà esteriore è un riflesso della realtà interiore, e la quarantena è un periodo di grande introspezione per comprendere come si crea la realtà e quello che che si vuole veramente. Penso che il coranivurus abbia portato l‘umanità a un periodo di grande introspezione e quindi di cambiamento sia dei singoli individui che dell‘umanità in generale.

Di seguito la storia che riguarda il periodo in cui ho fatto questi NFT, divisa in due parti, una per ogni NFT.

Nel 2019 sono andata per la prima volta alle Hawaii e sono rimasta con la voglia di tornarci. Esattamente due anni dopo sono tornata alle Hawaii in una situazione totalmente differente, nel bel mezzo di una pandemia mondiale.

A volte sembra che non cambi nulla, e invece tutto cambia, e anche velocemente.

Avevo già provato a ritornare alle Hawaii nella primavera del 2020, avevo prenotato tutto, casa, voli, auto, 2 eventi col Crimson Circle, ma all’ultimo momento è scoppiata la pandemia e ho dovuto cancellare e rimandare tutto al 2021. E a maggio 2021 c’era ancora la pandemia, ma un po’ rallentata rispetto alle misure drastiche che c’erano all’inizio del 2020, in cui non si poteva neanche uscire di casa se non per andare al supermercato.

I viaggi verso gli Stati Uniti tuttavia a maggio 2021 erano e sono ancora bloccati, e non volendo doverci rinunciare anche questa volta, ho fatto tantissime ricerche cercando tutte le possibili soluzioni. Difatti non si poteva , e ancora non si può’ entrare negli Stati Uniti se si è stati nelle due settimane precedenti in un paese di quella che chiamano area Shengen, che comprende la Cina e i paesi dell’Unione Europea, Italia in prima fila.

Nel periodo prima di partire non facevo altro che fare ricerche su voli e sui paesi dove andare cn un grande punto interrogativo se davvero sarei riuscita a partire e soprattutto ad arrivare, ma volevo provarci lo stesso. In qualche parte dentro di me sapevo che ci sarei riuscita.

Al principio pensavo di andare in Messico oppure nei Caraibi per un paio di settimane, e poi da lì poter entrare negli Stati Uniti.

Poi ho scoperto che l’Italia permetteva di andare all’estero solo in 5 paesi fuori dall’Europa: Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Corea e Tailandia. Di questi 5 solo la Tailandia permetteva agli italiani di entrare.

La Tailandia mi metteva un po’ soggezione,  più che altro per la lingua, sarebbe stato molto più facile andare in Messico, o nei Caraibi, conoscendo lo spagnolo.

E quindi ho aspettato sperando che le cose sarebbero cambiate in meglio e avere più opzioni dei paesi dove poter andare, se non addirittura poter andare direttamente negli Stati Uniti, cosa che  non successe, e mi sono trovata a organizzare il tutto nella settimana prima di partire.

Cercando su internet trovai in Tailandia un bel bungalow in una spiaggia deserta in una piccola isola paradisiaca, sentendo rinascere in me il mio aspetto selvaggio la passione per l‘avventura. Poi scoprii che dei 14 giorni in Tailandia, ne dovevo passare 10 in quarantena obbligatoria in un hotel approvato dal governo tailandese.

Il viaggio sembrava porsi sempre più complicato, anche per tutti i documenti e test che dovevo fare prima e lungo il percorso. Prima complicazione sono stati i visti per la Tailandia e gli Stati Uniti.

Prima di cominciare a prenotare e spendere soldi volevo essere sicura che mi avrebbero fatto entrare in questi paesi, e anche nei paesi in cui avrei fatto scalo, ma nessuno era in grado di darmi queste certezze, e poi le difficoltà di riuscire a parlare con qualcuno sia dell‘ambasciata Tailandese che quella degli Stati Uniti. Quando finalmente ci riuscii, l’ambasciata Tailandese mi disse che dovevo fare tutti i documenti prima di richiedere il visto, e che comunque non sapevano se avrei ricevuto il visto in tempo, anche perché in quella settimana l‘ambasciata era chiusa per una festa nazionale in Tailandia, e che senza visto non mi avrebbero fatto  salire salire sull‘aereo.

Mi sono lo stesso  buttata a capofitto nell‘incognita e ho cominciato a fare tutti i documenti richiesti dall‘ambasciata Tailandese. Assicurazione sanitaria internazionale specifica per la Tailandia, biglietto aereo, conferma della prenotazione del pacchetto quarantena in un hotel approvato dal governo tailandese, prenotazione del test COVID specifico nei 3 giorni prima della partenza e poi ho fatto la richiesta del visto mandando le foto del passaporto e tutta la documentazione.

In questo periodo le compagnie aeree non ti fanno neanche imbarcare se non hai il test COVID e lungo il percorso ho fatto ben 6 test,  di cui uno in Italia, tre in Tailandia, di cui due compresi nel pacchetto quarantena, o come lo chiamano loro il business della quarantena, un‘altro prima di partire dalla Tailandia, e due negli Stati Uniti.

Quando finalmente dopo giorni di tentativi riuscii a parlare anche con l‘ambasciata degli Stati Uniti mi dissero che era quasi impossibile che mi avrebbero dato il permesso, perché  con la pandemia i visti non erano più rilasciati dall‘ambasciata ma da una particolare organizzazione di Washington che li rilasciava a distanza di tempo e solo per motivazioni particolari. Ma anche lì mi sono buttata a capofitto nell‘incognita e ho fatto lo stesso la richiesta del visto.

Tre giorni prima dell’eventuale partenza è successo il mio piccolo miracolo, mi arrivarono due email, una dall‘ambasciata Tailandese col visto approvato, proprio in uno dei giorni in cui l‘ambasciata era chiusa per festa nazionale, e l‘altra da  Washington con il visto approvato e con scritto ”Welcome to the United States”. Indescrivibile la gioia.

A Milano l‘aereoporto era vuoto, il check in durante la pandemia non si poteva più farlo facilmente online come prima ma bisognava farlo per forza in aereoporto, così arrivata al check in della Eithad airways per l‘aereo per Abu Dhabi dovrei avrei fatto scalo, c‘erano 11 persone in coda a una postazione, e a un‘altra postazione io da sola  con due persone dedicate a controllare i miei documenti. “Wow mi sento speciale con una postazione dedicata e ben due persone solo per me “ dissi, e loro sorridendo mi dissero ‘Perché il suo è un viaggio particolare”. Infine dopo un bel po‘ mi diedero la carta d‘imbarco e un documento da consegnare alla polizia aeroportuale, che una volta riuscita a rintracciare, mi diede un nuovo modulo da compilare e firmare dovendo scegliere la motivazione del viaggio tra 4 opzioni: motivazioni urgenti di salute, residente all‘estero, visita a familiari, necessità urgente. Non avendo prova di nessuna di queste motivazioni li guardai un po’ sbigottita e sudando freddo, e loro mi dissero “Metti necessità urgente”  e così feci.

Insomma tante complicazioni, ansie e nessuna certezza, ma il paradosso è che tutto è andato liscio e facile. Segue in Riflessioni in quarantena 2.

Ti potrebbe interessare…