Piona: il tempo del vino

Piona Il tempo del vino

Dopo aver terminato La Bollina Winery: Ritratto di un luogo, sentivo che qualcosa si era messo in movimento. Il documentario era diventato la naturale evoluzione del mio podcast: dalle interviste affidate soltanto alle voci ero passata alle immagini, ai paesaggi, ai gesti e ai silenzi. Questa nuova forma espressiva cercava già un’altra storia.

Nel territorio in cui vivo, fatto di colline ricoperte di vigneti, è il vino a connettere persone, paesaggio e memoria. La sua storia attraversa da secoli la cultura locale e continua a influenzarne il lavoro, le relazioni e persino la percezione del tempo.

Volevo rimanere nel mondo del vino, perché il vino è anche il grande racconto del territorio in cui vivo: quello del Gavi. Ma non cercavo semplicemente un’azienda vinicola. Volevo incontrare un vignaiolo che avesse un rapporto viscerale con la terra, qualcuno per cui produrre vino non fosse soltanto un mestiere.

Una sera, durante un aperitivo in un bar vicino a casa affacciato sulle colline, un personaggio affascinante e inconsueto si sedette di fronte a me. Mi guardò dritto negli occhi e sorrise, senza pronunciare una parola. Poco dopo si alzò e andò a parlare con altre persone.

Qualche sera più tardi, nello stesso bar, confidai alla mia amica Simona che stavo cercando il protagonista del mio secondo documentario. Le dissi che avrei voluto ascoltare un vignaiolo capace di parlare della terra come di qualcosa che gli appartenesse intimamente. Lei non ebbe alcuna esitazione: «Allora devi andare da lui. Produce vino e ha un posto bellissimo».

E indicò proprio l’uomo che mi aveva guardata negli occhi.

A quel punto la mia scelta si era ristretta a due vignaioli: uno che mi parlava senza guardarmi negli occhi e uno che mi aveva guardata negli occhi senza parlare.

Naturalmente scelsi il secondo: Marco Gemme.

In seguito Marco parlò — e, sorprendendo persino se stesso, parlò molto. Senza mai diventare stancante o noioso: al contrario, si rivelò carismatico, istruttivo e straordinariamente fotogenico. Avevo trovato il protagonista perfetto.

Quando io e Paolo Amoretti raggiungemmo Piona, a pochi chilometri da Gavi, scoprimmo un mondo a sé stante. Un panorama aperto a 360 gradi, una grande cantina nuova ancora in costruzione, una casa bellissima, un uliveto e vigneti che sembravano non finire mai: impianti nuovi accanto a vigne vecchie, custodi di un tempo diverso.

Marco ci accolse dedicandoci il suo tempo e condividendo un sapere maturato in circa quarant’anni di lavoro come contadino e vignaiolo. Ma soprattutto ci mostrò una particolare maniera di intendere il vino, sintetizzata in una frase che sarebbe diventata il cuore del documentario:

«Il vino ha i suoi tempi, come noi abbiamo i nostri».

Marco non concepisce il vino come qualcosa da imporre alla materia. Ascolta l’uva, osserva ciò che può diventare e accompagna la trasformazione, lasciando che il vino si formi secondo la propria natura e i propri tempi. Il vignaiolo rimane presente, guida il processo, ma non pretende di dominarlo o accelerarlo attraverso interventi forzati.

Per questo Piona: il Tempo del Vino è stato anche un viaggio di conoscenza. Io e Paolo Amoretti siamo entrambi cuochi e pittori e, proprio perché lavoriamo con sapori, materie e trasformazioni, credevamo di conoscere almeno un po’ il vino. Di fronte al sapere accumulato da Marco Gemme in una vita intera, ci siamo invece scoperti sorprendentemente ignoranti.

Marco non ci ha semplicemente spiegato come si produce il vino. Ci ha trasmesso una parte della propria esperienza di contadino e vignaiolo: un sapere fatto di osservazione, tentativi, errori, memoria, stagioni e rapporto quotidiano con la materia. Io e Paolo siamo arrivati a Piona per realizzare un documentario e ne siamo usciti avendo imparato molto più di quanto immaginassimo.

Forse è anche per questo che questa esperienza mi ha fatto riflettere sul documentario come forma espressiva.

Ho sempre sentito il bisogno di esprimermi e creare, senza però volermi legare definitivamente a un solo linguaggio o strumento. La pittura, la scrittura, la musica, la cucina e la fotografia hanno accompagnato momenti diversi della mia vita, spesso intrecciandosi tra loro.

Oggi comincio a pensare che il documentario sia la forma espressiva che più di ogni altra riesce a contenere tutto ciò che sono. Ci sono le immagini e la fotografia, il ritratto, la musica, l’attenzione ai dettagli e alla poesia della vita quotidiana. Ma c’è anche qualcosa di meno visibile: il mio sguardo antropologico, nato negli anni in cui studiavo antropologia all’Università di Siena.

L’antropologia mi ha insegnato a prestare attenzione alle prospettive degli altri, ai differenti modi di percepire e interpretare il mondo, plasmati dalla cultura e dalle esperienze individuali. Fare un documentario significa entrare, almeno per qualche tempo, nello sguardo di un’altra persona. Non limitarsi a raccogliere informazioni, ma provare a comprendere il modo in cui quella persona attribuisce significato alla propria vita e al proprio lavoro.

Ed è forse proprio entrando nello sguardo di Marco che ho riconosciuto nel suo rapporto con il vino qualcosa che va oltre il mestiere.

Ognuno di noi si esprime in maniera diversa e, quando l’espressione diventa autentica, per me diventa arte.

Non ho mai creduto che gli artisti costituiscano una specie separata dal resto dell’umanità, come se soltanto alcune persone ricevessero in dono sensibilità e talenti particolari, mentre tutte le altre ne fossero escluse. Credo piuttosto che siamo tutti artisti potenziali.

Alcuni rimangono imprigionati negli schemi della razionalità e concedono poco spazio alla propria creatività. Altri, come me, avvertono un bisogno quasi impellente di esprimersi, indipendentemente dal linguaggio scelto. Ma l’arte può manifestarsi ovunque una persona segua la propria strada e riesca a esprimersi con il cuore, in maniera spontanea e autentica.

Non servono necessariamente una tela, uno strumento musicale o una macchina fotografica. Qualcuno crea attraverso i colori, qualcuno attraverso il cibo, qualcuno coltivando la terra e accompagnando una materia viva nella sua trasformazione.

Per questo, ai miei occhi, Marco Gemme è un artista del vino.

Il suo linguaggio è fatto di uva, stagioni, fermentazioni, assaggi e attese. Come ogni artista autentico, possiede una conoscenza profonda della materia, ma non la usa per soffocarla sotto la propria volontà. La osserva, la ascolta e la guida, lasciandole lo spazio necessario per esprimere ciò che contiene.

È forse questo il punto in cui il vignaiolo incontra il pittore e il cuoco: tutti trasformano la materia, ma devono anche imparare a non dominarla completamente. Devono conoscere la tecnica abbastanza bene da poterla superare, riconoscendo il momento in cui intervenire e quello in cui lasciare accadere.

Piona: Il tempo del vino — Guarda il documentario

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