Vendemmia 2026 – I Giorni dell’Uva

Vendemmia 2026 – I Giorni dell'Uva

Un viaggio tra vigneti, cantine e persone nel territorio del Gavi

Finito il documentario Piona – Il Tempo del Vino, avevo già in mente la mia prossima avventura: raccontare la vendemmia.

Vivendo tra le colline del Gavi, tra Gavi e Serravalle Scrivia, i vigneti fanno parte del paesaggio quotidiano. E la vendemmia è forse il momento dell’anno in cui questo territorio si anima maggiormente, in cui il paesaggio cambia ritmo.

Nei vigneti si intrecciano voci, gesti, fatica e risate. Cavagni e cassette si riempiono d’uva, i trattori attraversano i filari e nelle cantine comincia un nuovo capitolo della storia del vino.

Quest’anno ho avuto l’opportunità di seguire da vicino alcuni momenti della vendemmia nel territorio del Gavi, entrando in tre realtà diverse: Villa Pallavicini, Piona e Villa Sparina.

L’estate è stata particolarmente calda, l’uva è maturata in anticipo e, di conseguenza, anche la vendemmia è cominciata prima del previsto.

Una vendemmiatrice sotto l’effetto della caffeina

Ero già pronta a partire con la telecamera quando Alessandro Pallavicini, mi ha chiesto se volessi partecipare alla vendemmia dell’uva rossa insieme a loro.

Ho pensato: perché no?

In fondo, quale modo migliore per raccontare qualcosa che viverla in prima persona?

La giornata è cominciata con un caffè normale.

Può sembrare un dettaglio insignificante, ma per me non lo è affatto. Di solito evito la caffeina perché ha su di me effetti devastanti: potrei trascinare un treno con i denti, metaforicamente parlando, e poi passare la notte senza dormire.

Così, sotto l’effetto del famigerato caffè, mi sono ritrovata nei vigneti a raccogliere uva rossa, andando come un treno.

Faceva un caldo pazzesco, anche se tutto sommato è stato anche divertente.

A pranzo ci siamo ritrovati tutti insieme, grazie anche a Paolo, il mio compagno, che era venuto a cucinare per noi vendemmiatori.

Poi, verso le tre e mezza del pomeriggio, ho sentito il calo di energia.

E improvvisamente ho cominciato a sentire tutto: il caldo, il sole, la stanchezza. Mi girava la testa, avevo la nausea e barcollavo.

A quel punto mi sono seduta all’ombra e ho detto ad Ale: «Vado a casa.»

Il lavoro previsto per due giorni per l’uva rossa, comunque, era stato completato in uno solo. Quindi non l’ho certo considerato un fallimento!

Nei giorni successivi, però, il mio corpo non voleva più saperne della vendemmia. E quindi neppure del documentario.

Preferivo rifugiarmi in Val Borbera, a fare il bagno nelle pozze d’acqua fresca e cristallina tra le pareti rocciose del canyon.

Avevo bisogno di rigenerarmi.

A caccia di vendemmiatori

Una volta recuperate le energie, è tornata anche l’ispirazione.

Sono ritornata a Villa Pallavicini, dove nel frattempo era cominciata la raccolta dell’uva bianca. Questa volta, però, niente forbici e cavagni: ero lì per filmare.

Ho seguito il lavoro tra i filari, i trattori, le conversazioni e i piccoli momenti spontanei che rendono ogni vendemmia diversa.

Alessandro dal trattore mi ha parlato dell’andamento di questa particolare annata, mentre Luis mi ha raccontato la sua esperienza di vendemmiatore.

La vendemmia è un lavoro impegnativo, ma è anche un momento di condivisione, in cui esperienza, collaborazione e piccoli gesti quotidiani diventano parte di una storia collettiva.

Poi ho cominciato ad andare letteralmente a caccia di vendemmiatori tra le colline.

Un po’ come quei cacciatori di tornado che attraversano gli Stati Uniti inseguendo le tempeste, io attraversavo le colline del Gavi cercando squadre al lavoro nei vigneti.

All’inizio ercavo i vendemmiatori della Bollina e invece mi sono imbattuta in quelli di Villa Sparina.

È così che Villa Sparina è entrata nel documentario, quasi per caso.

Qui ho incontrato Zoran, responsabile della vendemmia, che mi ha raccontato come stava procedendo la raccolta, e Annamaria, che ha condiviso con me la sua esperienza personale di vendemmiatrice.

A Villa Sparina sono arrivata alla pressa proprio mentre stavano scaricando l’uva. Una coincidenza fortunata, che mi ha permesso di seguire il passaggio dalla raccolta alla lavorazione.

Anche a Piona ho potuto riprendere le operazioni di pressatura e incontrare Marco, che mi ha raccontato la sua esperienza della vendemmia 2026.

Dalle testimonianze di Alessandro, Zoran, Marco e, successivamente, Paolo, responsabile di cantina a Villa Sparina, è emerso un elemento comune: l’estate particolarmente calda e asciutta ha portato a una produzione più contenuta, ma con uve di qualità eccellente.

Dove il passato incontra il presente

Il racconto prosegue a Villa Sparina, dove ho incontrato Paolo, responsabile di cantina, che si è dimostrato molto disponibile ad accompagnarmi alla scoperta della vinificazione.

Le presse, i serbatoi, i lieviti, il mosto in fermentazione e il lavoro dei cantinieri mostrano un mondo che spesso rimane invisibile a chi conosce soltanto il prodotto finito.

Ma la scoperta più affascinante doveva ancora arrivare.

Paolo mi ha accompagnata nella cantina storica, risalente alla fine del Settecento.

E lì, devo ammetterlo, i miei occhi continuavano a dire: Wow!

Tra volte in pietra, colonne, botti e antichi strumenti di vinificazione, il passato sembra ancora dialogare con il presente.

Ho trovato questa transizione particolarmente affascinante: dalla tecnologia di un’azienda vinicola contemporanea alla memoria di un luogo che conserva ancora le tracce di generazioni di lavoro.

Un mondo nel quale la storia non è soltanto conservata, ma continua a convivere con la produzione contemporanea.

Un documentario nato senza sceneggiatura

Non ho seguito una sceneggiatura prestabilita. Non ho organizzato interviste né programmato gli incontri. Ho lasciato che fossero i luoghi, le persone e gli avvenimenti a suggerirmi il percorso.

Molte delle situazioni che ho filmato sono nate da coincidenze fortunate: arrivare alla pressa proprio mentre scaricavano l’uva, incontrare Zoran tra i vigneti o trovare Paolo disponibile ad accompagnarmi alla scoperta della cantina.

Durante le riprese ho incontrato persone diverse, ciascuna con la propria storia e il proprio modo di vivere la vendemmia.

C’è chi lavora nei vigneti, chi guida i trattori, chi segue la vinificazione. Sono stati proprio questi incontri a dare vita al documentario.

Quando ho cominciato a montarlo, mi sono ritrovata davanti a un grande puzzle. Avevo raccolto immagini, conversazioni, gesti e atmosfere, ma non sapevo ancora quale sarebbe stata la forma finale del racconto.

È un processo che assomiglia molto al mio modo di dipingere.

Anche sulla tela non parto necessariamente da un’immagine definita: seguo un’intuizione, lascio emergere le forme, osservo le relazioni che si creano e intervengo man mano che l’opera prende vita.

Nel documentario è successo qualcosa di simile. La storia è emersa poco alla volta, durante il montaggio, attraverso la scelta delle immagini, delle voci, dei silenzi e della musica.

Quando Massimo Moccagatta, guardando il filmato, mi ha detto spontaneamente «Si vede che è autentico, non è costruito», mi ha fatto particolarmente piacere.

Perché era proprio ciò che desideravo: non rappresentare una vendemmia ideale, ma raccontare quella che avevo incontrato, con la sua spontaneità e la sua umanità.

Un nuovo linguaggio che continua a evolversi

Come avevo già raccontato a proposito del mio primo documentario, La Bollina Winery – Ritratto di un Luogo, il cinema documentario rappresenta per me una nuova forma di espressione.

Una naturale evoluzione del podcast Storie e Personaggi, attraverso il quale avevo già cominciato a esplorare il piacere di far raccontare alle persone le proprie storie.

Con questo terzo documentario mi accorgo che il mio linguaggio sta evolvendo anche dal punto di vista tecnico.

Il primo film l’ho realizzato soltanto con iPhone e iMovie.

Con Piona – Il Tempo del Vino sono passata a Final Cut Pro, che mi ha permesso di approfondire e raffinare il lavoro di montaggio.

Per Vendemmia 2026 – I Giorni dell’Uva ho introdotto anche i microfoni esterni, migliorando la registrazione delle voci, e il gimbal, per ottenere riprese più stabili e movimenti di camera più fluidi.

Naturalmente non si smette mai di imparare.

Il gimbal, per esempio, ha ancora molte funzioni che sto scoprendo poco alla volta, usandolo, sperimentando e naturalmente commettendo errori.

Ma le difficoltà tecniche non diminuiscono il mio bisogno di esprimermi.

È lo stesso impulso che mi accompagna nella pittura: un bisogno primario di creare, esplorare e dare forma a ciò che sento e osservo.

Ed è proprio da questo bisogno che nasce la passione.

La vendemmia è anche convivialità

Il documentario si conclude a Piona, con una cena di fine vendemmia tra amici.

Dopo aver realizzato Piona – Il Tempo del Vino, il rapporto con le persone che avevo incontrato durante le riprese è continuato, trasformandosi in una bella amicizia.

Mi piaceva l’idea di concludere questo nuovo racconto proprio lì, intorno a una tavola

Perché la vendemmia non è soltanto lavoro.

È collaborazione, condivisione, fatica, risate, incontri. È un momento in cui tante persone contribuiscono a qualcosa che va oltre il lavoro individuale.

È collettività. È la gioia di stare insieme.

Ed è forse questa, più di ogni altra cosa, l’essenza che ho cercato di raccontare in I Giorni dell’Uva.


Guarda il documentario

Vendemmia 2026 – I giorni dell’uva
Un documentario di Ilaria Berenice
Riprese, regia e montaggio: Ilaria Berenice

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